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dei sotterranei e dei draghi

venerdì, ottobre 26, 2007

DIES
Parte Seconda: Echi
(non vi assicuro che ce ne sarà una terza)




Allegro moderato, misto griglia in cinque tempi: alla battuta il piede destro.
Lento: scalini in numero di molti, gocciolare pallido e assorto di dolci stille in mare.
Occasionali variazioni: doppie stille, doppiamente dolci, arazzi vitrei tesi e tratti, cuciti, orditi, zigrinati. Gocciolare ripetuto e astratto.
Cinguettare. Il fringuello sull’acacia osserva il pantano delle umane cure. Altri passi. Cinguettare. Il fringuello si libra finalmente in volo. Se fosse gabbiano, se fosse albatro?
È fotogramma immobile, inquadrato, eterno: eco immortale, immoto, irreprensibile.
Il biciclo usucapito dal babbo è dinamo ritmicamente scandita di moto mattiniero: il caffeinato impulso srotola la sua possanza virulenta, manifesta nel primo, sublime, scatto in avanti: attenzione voi, vecchi e nuovi consumatori, dicoassuefatti e dicodipendenti! Il minimo supermercato (minimercato, minimarket agli anglofili, hard-discount ai pornoassuefatti e pornodipendenti), orario di lavoro zeronoveduepuntizerozero trattino trediciduepuntitrenta barraobliqua sediciduepuntitrenta trattino diciannoveduepuntitrenta, attira folle di varia ed eventuale umanità, specie da oltre l’adriatico (o il tirreno). Vi pascolano la nazionale nigeriana di fri claimbing, il consiglio dei ministri libanese e l’ambasciata indiana in terra d’alte Marche: la bassa marca, ji shcarpari, sian lasciati a loro stessi.

Eppure, in tanta folla di esseri umani più o meno comunitari, rimarrà pur sempre principe cliente l’ofide comunemente noto al volgo come “biscia comune”.
Sordido rettile, diplomato o diplomando al liceo scientifico Torelli, (“è’l volta d’l’alta borghesia!” dice qualcuno), gellato così tanto da parer attentato da un branco di bovini carenti d’affetti: pomicioni, sguiscia per le coste del medio adriatico, infangando col suo tocco sordido e rettile le povere cipridi ovunque impiegate o liberamente scorrazzanti: bestia topivora, la Madonna gli farà capire, oggi o domani, chi comanda, col suo piede ofiocida e assassino: e al mondo non vi saranno più bisce comuni.
Tale biscia comune, sordido rettile, spende i uichend (o meglio spende i soldi di chi lo mantiene) tra le paste e le cipridi cloropsine serventi al bar bonbon, poppute, sederute, ormonalmente ipertrofiche e, ripetiamo, cloropsine. Ci prova. Ci riesce. 
“uelà, bela cipride!” o più probabilmente, bela passera
“mi fai mica un cono con bacio e spagnola?” e la cipride, altrettanto biscia e altrettanto comune, si prodiga in una risa raccolta della suggesta doppiezza (al quadrato: quadratezza) semantica.
“ihihihihihih!” …popputa cloropsina!
Tre per due ed il cono, popputo anch’esso, o meglio fallico, l’è bell’e fatto: “lapannalavuoi?”
“Certo!” o più probabilmente cas!
Sudano entrambi, popputa e coglionuto, ato, chi in maglietta bianca gelatifera ed evidenziante i promontori, chi in maglietta gialla, attillata alla pantani, stile frociotruzzo: lo scroto del gelato s’impollina, arvaltàt e pù ardrisàt, d’amaretti, e la biscia comune, sordido rettile, sibila.
“Dopo esci?”
“ihihihihihih!” popputa cloropsina: scappa alle quattro, chiuso il bar, or better known as “locale”, che siamo in riviera, no in Molise: lui alle quattro sarà “duro”, ciucco stordito ubriaco sbronzo perso, in bocca l’acqua claudia, incannabilinizzato causa un paio di “joint”, e forse un altrettanto paio di costose “ranze”.
“ohi, allora?”
“ihihihihihih!” popputa cloropsina, ipnotizzata dallo sguardo ormonalregio e dalla pulsione riproduttiva camuffata da istinto cacciatore o cacciativi: chiunque potrebbe cogliere il secondo fine del sordido rettile, e scappare, conseguentemente: pure, lei sta imbalsamata col cono fallico in mano, e l’occhio vivo come orata al banco del pesce. Lui, di suo, è altrettanto immobile: solo, il popputo trofeo che ha tra le mani (mani morali, per qualche ora ancora), gli conferisce un patrimonio di fierezza di cui subitamente abusa: e ciglio alzato, contempla cono, poppe ed occhi verdi, come cobra che si accinga ad ingollare l’ultima delle sue prede, ammirando, in lei, la propria forza: fierezza d’essere un sia pure minimo ingranaggio in quel macchinario di sopraffazioni cui abbiamo dato il nome di universo. Sordido rettile: la madonna vedrà di calpestargli il capo.

All’ingresso del minimercato (minimarket) al visitatore gira il capo per l’aut-aut, la triste scelta: surgelati a prua, illegalmente arraffati ignorando le mille barriere del caso(e pur pagati, si badi, si badi!), o, assecondando l’iter consigliato da chi di dovere, perdere tempo tra verdure, frutte, biscotti, dolci, pani, conserve, latti, formaggi secchi e meno secchi, carni di seconda scelta, analgesici, analcolici, disinfettanti e varecchine, birre, vini impadronirsi in ultimo del desiderato pacco di (per altro saporiti) gelidi gnocchetti precotti alla maniera di Sorrento? Bah!
Ma non è ancora aperto, il minimarket (minimercato) santoddio, che già le mandrie nazionalpopolari si raccolgono al suo ingresso, belando e muggendo perché il Walter, l’apertore, faccia il suo dovere: che apra, ché il futuro è incerto e la fine è sempre al nostro fianco!
Ma nulla, e tocca loro accontentarsi d’assistere al balletto pedalato di un ciclista in vena di esibizionismi: assuefatti e dipendenti da un discount che non fa sconti, figli di una società malata e consumista: o quam cura hominum rebus inane (est)!O tempora! O mora! Si stava meglio quando si stava peggio! Non esistono più le mezze stagioni! Tanto và la gatta al lardo che ci lascia lo zampino! Zampino, peraltro, dai poretti mangiato in quel di san Silvestro: chi si accontenta gode.

Tra invidia e zampone si è ormai a mezzo cammino, in bicicletta, ed ecco, di lontano, profilarsi la sagoma –nota- di una foemina dalla testa color foco.
Dio sa che non le manca nulla –ma che, non serve essere onnipotenti, per accorgersene- solo, lo stato civile, o futuro tale, di non coniugata.
No. Quello le manca. È coniugata.
Per carità, il coniugante è pure un’ottima persona: artista dall’ampio bagaglio di trovate creative, d’umorismo, entro come fuori gli ambiti comuni d’uso del pennello.
Con tutti i doppi sensi che possiate immaginare.
Pure, non cessa d’attrarre.
Pare vomitata –ohi! Si sia cavallereschi! Si dica “nata”- pare nata, si diceva, dagli ultimi, racclti avanzi delle migrazioni celtiche in terra metaura.
Galla, nondimeno sena, tanto pallida da ricordare Gian Battista Sforza, ma senza il frontone adibibile a parco macchine, o lo sguardo brillante di triglia. L’occhioverde (cloropsina, nella migliore accezione) riconferma l’impronta gaelica, supra tutto certifichè dal capello rossastro. Rosso brivido, per i bambini; rosso diavolo, per i siculi; rosso erotico, per lo scrivente: a lei piace sentirsi definire biondo-rame.
Galla, appunto, sena.
Pure, non è questa la cosa che più attira.
Viaggiando indietro, ritornando ai tempi andati delle prime cotte, viene in mente quanto segue:
“che ne pensi tu del don?”
“l’è carino, l’è un poco intellettuale, ma veste di schifo.”
E allora su! Coi jeans detti, pro-forma, “antidurello”.
“l’è carino, ancora ancora, ma l’ha anche un po’ la faccia da bamboccetto…”
E allora via! Rintaniamoci in soffitta –poi in Irlanda- a far crescere il pizzetto, area protetta, ad oggi, dalla LIPU.
Eh, proprio, tira più un capello biondo ramato che una pariglia di buoi.
Il capello di cui sopra, di tanto in tanto si assenta, per periodi ora più ora meno prolungati, ed ecco che quando lo chiami, sta cheto, lo schivi, ti viene in cerca, ti abbraccia, ti spinge in pista, per il ballo, perdona manate altrimenti imperdonabili, e chissà cos’altro sembrerebbe in vena di perdonare, ahahaha! Poi puffe! Disparisce, t’abbandona in mezzo al campo desolato senza neppure lasciarti li bovi: sei tu il novello traino, il carro, l’aratro, lo spingi da solo, sperando che detto capelo riappaio e ti aiuti a portarlo.
Ritorna il capelo, alle volte, ma è più un’insolente puntata, non volendo una sadica visita: a vedere il neobove trainare solitario il proprio aratro, alla disperata cerca della galla nondimeno senona cui avrebbe scaricato il lavoro della propria destra.
È l’aratro che traccia il solco, è il neobove che lo protende!
Obbietterà l’erede maschio e mascelluto del pirgopolinice forlivese: che lo faccia lui, se gli garba (al pirgo)! Lo protenda (il solco) e lo sostituisca (il bove): la bestia mansueta non chiede che di poter raccogliere i propri testicoli ed abbandonato il campo, farsi toro: scornazzare a destra e a manca malcapitati\e, a pacimento essere bestia da riservare alla monta, intelletto d’azione, mandante imperativo, vincitore di tornei di carte, ma a Spadi, per dio, la briscola dei forti! O a coppi, virile carta del virile bevitore!
Denari, ai poretti, bastoni ai leghisti.
Ma è solo delirio, fantasticheria, latente volontà di potenza.

La galla senona si fa più grande, da minuscola che l’era in lontananza, per quello strano, a tutt’oggi ispiegato miracolo della visione prospettiva.
Surrogare la volontà di potenza con la velocità d’andatura: giù il pedale, su il pedale, e giù di nuovo, rivoluzione dopo rivoluzione.

Come dinamo, dette rivoluzioni accendono il fanale dei ricordi, di come la porphyrotrica (tricoporphyra, la galla, insomma) in tre anni, lo abbia costretto ad agitarsi come campanaccio.
Ton!
Voce maschile: “stasera usciamo?”
Voce femminile: “certo!”
Ton!
Voce maschile: “allora ti passo a prendere alle dieci?”
Voce femminile: “no, guarda, ho male all’emistichio…”
E via scampanando!
Ton!
“sbornietta prematurità?”
“va bene!”
Ton!
“nove e treqquarti al green pub?”
“no guarda, ho un chiasmo, qui sul braccio, vedi?”
“…oh…fa niente…domani?”
”domani avrò un anacoluto alle gengive.”
Ton!
Da una parte all’altra come un batacchione rintronato dal gettito scostante di contraddittori stimoli.
Il giogo dell’uno è contraltare alla sicumera dell’altra, convinta di potere – e non lo ha fatto, forse?- tirare fino al punto di rottura.
Ton!
Voce femminile: “la chiaretta domani fa gli anni, ci sei?”
Voce maschile: “certo!”
Voce femminile: “no, guarda, non venire…ho uno spondeo alla gola…”
Ton! Ton! Ton!
Sbatacchiare annunciante lodi confuse, quando non un’ora media stordita, un vespro di contraddizioni, una compieta in preda a turbe.
Cosa ci fosse di divertente, rimane il grande interrogativo. Vedere forse l’elasticità dell’epidermide facciale del torello, tesa fino all’ultimo ed infine collassata, con un paio di rimbalzi? O sostenere lo sguardo comicissimo? Di chi nulla pretende e non vorrà ne potrà insistere perché, lo sa, nessuno gli deve alcunché.
E sì che in questo modo si era andati avanti per tre anni: fino all’acme fatidica di quel ventitré marzo, tra gli strusci e i frusci e il malto distillato (in birra Guglielmina, “Birra Kaiser”) che nemmeno troppo gentilmente offerto, pioveva a litrate.
O, gli strusci!
O, i frusci!
O, l’elettrolisi galvanica di ormoni in assetto di guerra, schola palatina messa lì guardia d’onore, più che il merito, ringraziando l’anzianità del servizio.
Pure, nulla.
Il bove, che fu, sinceramente, merlo, non seppe, forse neppure volle, arraffare, ché tanto sapeva che cosa, comunque, lo avrebbe aspettato, finita la danza: un bel campo deserto, infinito, e le zolle, una per una per una da rivoltare con il gentile aratro, per saecula (saecula!) saecolorum.
Di quegli strusci, di quei frusci, il poco di toro palluto che rimaneva al bove cercò di trarre guadagno: con mossa previdente, di farli fruttare, investiti come titoli azionari, di afferrare il capelo per le corna (quale arguzia!) costringendolo a tirare.
Pero Nada, Nada Que Hacer. Eccola che si contagiava con una sinalefe all’esofago, con un trycolon all’intestino, con un tetrametro trocaico. Tragico.
Pareva che i manuali di poetica, boia l’orazio, non smettessero, ogni sera, d’inventarsi modi per condire e spezzettare il verso.

Su il pedale, giù il pedale.
Su il pedale, giù il pedale.

La velocità d’andatura non è un surrogato sufficiente, lo può essere certamente e meglio il lavorio politico.
La cosa pubblica è, lapalissianamente, pubblica.
Un lavorio che si lavori le assemblee, ministri e ministeri, camere alte e basse, con pugnalate, svolte, libri all’indice: per fantocci, putacaso.
Putacaso, sì, un nasuto partenopeo, puta il caso che l’immagine sua tanto proboscidale attragga le moderne foemine, e che sappia, detto pulcinella, approfittarsi del suo charme rinocopioso per accumularne a quindicine nei suoi annali.
Ha l’immagine, ha giudizio in abbondanza per farne (dell’immagine) utilizzo sconsideratamente rapace, predace, per soddisfare i capricci di bel altre protuberanze.
Che il grottesco mulo (ricordino, i lettori, l’asimov), curatore e promuovente il suo successo, abbia gli estremi per fare il politicante di facciata?
E chi, se non il sin verguenza, smessi i sottomessi panni del neobove, può dargli quella spinta tattico politologica che lo sparerebbe come missile oltre le barriere del cosmo parlamentarista? Farne un prodi! Un Giolitti, meglio! Un Cavour! Un Bismark! Farne un Truce!
E, fidando nella sua gratitudine, accogliere i resti della sua notorietà. E che resti, che poi non sarebbero resti sui, diretti, in quanto bolo e masticatura del burattinaio. Resti, e di resti, ma che resti!

La rossa è ormai alta mezzo metro, alza la mano, accenna un salve.

Ma il dispotico capelo è ormai spezzato, l’amore, el amor, che cos’è accanto al potere, al poder?
Il potere non è l’amore che al petrarca apparve in sogno: è la mora che supplica di prendere parte all’ingordo banchetto delle indennità parlamento-ministeriali, è il becchime per le galle, per le senone, per più galle, più senone!
La volontà d’eminenza (grigia, dinascosta, celata ma nondimeno grifagna longa manus) accelera l’andazzo del ciclista incappucciato.

“ciao ni…” fa la porphyrotrica (o tricoporphyra, la galla, insomma), ma taci mugliera!

Padrone, lo chiamerai, padrone! Se non oggi domani, se non domani tra una settimana: sì, sì, padrone! Padrone! Potere! Potere!
Il delirio smuove le sinapsi che modellano un balcone, bianco e nero, presieduto dal nasuto pirgo vesuviano che doce la folla oceanicamente ai suoi piè radunata:
Il Pirgo: il decrepito sistema della plutoanglocrazia giudaica non può né sa frenare il vittorioso slancio di un’Italia maschia e protesa a cogliere di sua mano ciòche il mondo le ha negato!
La folla: eia!eia!
Il Pirgo: soia a chi bolla!
La folla: alalà!
E dietro la figura, di per sé poco imperiosa, uno scrivano che a matita verga i deliri del nuovo truce di tutti gli italiani, adempiendone gli obblighi, riscuotendone i feudi. Per sé.
O a mano mancina!
Quale nuovo Berlinguer potrebbe venirne plasmato, con un poco di attenzione!
Il neo-compagno: tovarich! I biscotti di cui mi sono nutrito stamane sono “frolle ricche” della conad! Combattiamo l’aberrazione borghese e ingolliamo solo frolle proletarie!
I vetero-compagni: hasta la revolucion!
E tra la falange di pugni sinistri levati al cielo, occhialuto e impizzettuto se la gode il populista, segretario del novello lenin.

“ma i tempi…la politica…”
Taci, coscienza! Non è ancora il tuo momento!
Potere, ragazze mie, potere: poi con tutti i vostri capeli multicolore ci farò una bella coperta, o metterò su un’agenzia di traino, si vedrà, non ipotechiamoci il futuro.
Destro, allora, sinistro! Pedaliamo, svelti, verso l’alba di una nuova eminenza (grigia)

CesareNiceforo l'ha postato alle20:50 commenti

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A proposito di me...

io sono colui che è, che fu e che sarà. A me basta, non so a voi.

SUPERCAZZOLA DEL GIORNO(generata a random)

A proposito di me, "FOR DUMMIES"

siccome non capita a tutti di riuscire a comprendere l'essenza di un'entità palesemente di origine divina, in questa guida a "me stesso for dummies",affermo di essere un tipo trasandato, stanco, una bestia immonda che si crogiuola nell'infima sua mondezza...no, scherzo. Non sono stanco. Scherzi a parte, sono me stesso, e di questi tempi è già un grosso passo avanti. Amo tutto ciò che ha anche solo un vago sapore di antico (tranne il cibo scaduto), e un giorno, forse non troppo lontano, una mano amica mi incoronerà nuovo imperatore del ricostituito impero romano. Per allora avrete già imparato a chiamarmi Basileus kai Autokrator.

Odio

L'eccesso, in tutte le sue forme, nemico com'è del giusto mezzo che caratterizza la natura stessa dell'uomo. Sia l'eccesso di eccessi o l'eccesso di prudenza, l'eccesso di cura o l'eccesso di incuria...In medio stat virtus, recita un famoso adagio latino.

Amo

Amo l'uomo, ma amo ancora di più la donna.

RITRATTI

MOTTO DEL GIORNO

pensiero del giorno

-Il Ragno intesse la sua tela nel palazzo dei cesari il gufo chiama l'ora nelle torri di Afrasiab (Mehemet II, entrando a santa sofia, 29 maggio 1453, caduta di Costantinopoli)

pensiero del giorno

-(IO)Nando, what's the unknown soldier? (NENDO)the announ sogier is an omin picul picul whot camin and spar...

pensiero del giorno

Tarapia tapioco! Brematurata la supercazzola o scherziamo? No, dico, posterdati per due come se fosse antani anche per lei, o scribai con burfaldina solo in due, con doppio scappellamento a destra?ah, vedo che lo preferisce a sinistra!

pensiero del giorno

se oggi seren non è, domani seren sarà, e se non sarà sereno si rasserenerà

pensiero del giorno

- ehi pupa, hai circa 200 ossa in corpo. ne vorresti per caso uo in più?

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- ehi pupa, sono un donatore dell'aido, ti interesserebbe un organo?

pensiero del giorno

- questa sega è una pippa! (lavorando il legno)

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- attila!attila! A come atrocità! doppia TT,come terremotetraggedia, I come iradidddio! L come lgo de ssangue! A, come adesso vengo li e ti sfascio i conni!

PIANO DI CONQUISTA DEL MONDO

Beh, non crederete mica che farò lo stesso errore di ogni supercattivo idiota, rivelando ciò che non dovrebbe essere rivelato?

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leggo quel che capita, per lo più libri con parole.

avete vivistato il dungeon in...

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