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dei sotterranei e dei draghi

venerdì, agosto 08, 2008

CheGuevetto:
dopo JoeRivetto, una ventata di socialismo nel vostro guardaroba.

CheGuevetto:
Più che una marca di magliette, un modo di sentire.

CheGuevetto:
La moda comoda.

FRONTE:

RETRO:



CheGuevetto:
Ha rivoluzionato Cuba, ora rivoluzionerà il vostro guardaroba.

CesareNiceforo l'ha postato alle23:34 commenti

venerdì, novembre 09, 2007



LECTURA DANTIS


D: *ti-ti-tu-tu-ta-ta-ti-to-ti-tu*
X: telecom Italia, informazione gratuita…
D: mapporc… *ti-ti-tu-tu-ta-te-ti-ti-to-tu*

X: tuu....tuu...click...

G: pronto?

D: Pronto? Guescio?

G: don, che c’è?

D: è arrivata anche a te la mail di Dante? Quella sulla terra che sarebbe piatta…

G: boh…dopo ci guardo…ma dante chi?

D: Dante…quello testardo…usciva col Vi e con la Bea…

G:…Dante…?

D: dai…quello che se da bambino gli dicevi che da grande volevi fare l’astronauta, lui ti rispondeva in fiorentino che la terra l’era piatta, che tu l’eri un bischero, un grullo e che con le astronavi non si può arrivare all’empireo…che poi se gli chiedevi cos’era l’empireo, ti guardava pure male…

G: Dante! Il rompicoglioni!

D: che poi è finito a fare scienze politiche a Bologna…

G: sì, sì, ho presente. Il Vi? La Bea? Li hai più sentiti?

D: il Vi mi hanno detto che è finito male.

G: perché? Che ha fatto?

D: ti ricordi come giravano, tutti e tre?

G:…più o meno

D:o a volte solo i due, Dante e Virgilio, che lo accompagnava nei peggio locali.
G: mi ricordo, erano strani. Il Vi mezzo rimastone, comunista schietto, Dante invece tutto infighettato…

D: proprio. Che lo chiamava “il duca mio” perché c’aveva anche lui un nasco che pareva un becco. Ho capito solo dopo il riferimento colto.

G: eh, allora?

D: allora, ti ricordi che Dante andava dietro alla Bea, che era proprio cotto, perso, tutto il giorno a scriverle poesie e a farle gli appostamenti sotto casa…

G: eh…
D: eh! Dicono che alle bea tutto ciò non le garbasse più di tanto. E allora che ti fa la stronza? Comincia a circuirti il Vi, che subito perde la testa, capirai, per quello gnocchino biondo col culo che parla. Lei gli chiede se per favore le leva Dante dai coglioni, che, gli dice, è l’unico ostacolo al loro amore.

G: e lui?

D: lui, che come tutti noi era un po’ un morto di topa, ma aveva comunque un senso dell’amicizia, porta dante per locali, gli fa conoscere un po’ di altre ragazze…insomma, fa il suo lavoro in maniera pulita e senza ammazzamento. Accoppiato l’amico ad una di orciano, una morettina, corre dalla Bea e riscuotere il suo premio…

G: e?

D: e scopre che lei è partita per Firenze. Lettere classiche. Ha cambiato numero di telefono e non risponde alle mail.

G: puttana!

D: già…il Vi ha avuto un crollo che non ti dico, tra la sdentata con Beatrice e i sensi di colpa per Dante. Dicono che stia sempre alle porte del “Paradise” a scroccare 5€ per la coca.

G: poraccio…ma te come le sai, ste cose?

D: ho parlato con Paolo e la Francesca.

G:?

D: ti ricordi? Quella che il moroso l’ha scoperta a letto con un altro e a momenti li pigliava entrambi a manganellate…

G: Paolo il rasta?

D: Sì! Quello di gradara. Dopo…l’incidente…sono scappati all’estero.

G: dove?

D: hanno aperto una piadineria alle canarie.

G: aspetta…non era Ugolino il vecchio moroso della Francesca?

D: ugolino…ugolino…

G: sì, che l’ultima ragazza sua l’ha messa incinta, poi l’ha presa a bastonate col randello “barcollo ma non mollo” e ha ucciso lei col figlio.

D: ugo il fascista?

G: sì, è in galera a forlì, adesso.

D: starò attento. Quella è gentaccia.

G: Oh…poi perché mi hai chiamato?

D: per la mail di dante. Quel patacca ci ha messo dentro un worm. Poco poco e mi andava a puttane il pc. Non aprirla.

G: tranquillo. Ma poi cosa ci sarebbe scritto?

D: niente… le sue cazate…che la terra è piatta, che sotto fosso seiore c’è l’inferno…

G: per ora lì ci sono solo le mignotte.

D: appunto. Ma poi questa cosa del geocentrismo come è cominciata?

G: col greco…quel ragazzo di Patrasso…Tommaso…giusto? No, aspetta, era Tolomeo.

D: il Tolmi! Quel baluba!

G: …che andava in giro a dire boiate tipo “oh, lo sai, la terra è piatta” e tutti a rispondergli “allora perché non l’arrotoli e non te la infili per il buco del…”

D:ahah! E l’unico che lo stava a sentire era quel coglione di dante!

G: già…ma mi hai chiamato solo per la mail?

D: se riesci, mi mandi heart of the sunrise degli yes?

G: certo.

D: e la prossima volta ci armiamo di stupefacenti e finiamo i personaggi della divina commedia! Ciao Guescio!

G: ciao don!

*click*

CesareNiceforo l'ha postato alle17:02 commenti (3)

venerdì, ottobre 26, 2007

DIES
Parte Seconda: Echi
(non vi assicuro che ce ne sarà una terza)




Allegro moderato, misto griglia in cinque tempi: alla battuta il piede destro.
Lento: scalini in numero di molti, gocciolare pallido e assorto di dolci stille in mare.
Occasionali variazioni: doppie stille, doppiamente dolci, arazzi vitrei tesi e tratti, cuciti, orditi, zigrinati. Gocciolare ripetuto e astratto.
Cinguettare. Il fringuello sull’acacia osserva il pantano delle umane cure. Altri passi. Cinguettare. Il fringuello si libra finalmente in volo. Se fosse gabbiano, se fosse albatro?
È fotogramma immobile, inquadrato, eterno: eco immortale, immoto, irreprensibile.
Il biciclo usucapito dal babbo è dinamo ritmicamente scandita di moto mattiniero: il caffeinato impulso srotola la sua possanza virulenta, manifesta nel primo, sublime, scatto in avanti: attenzione voi, vecchi e nuovi consumatori, dicoassuefatti e dicodipendenti! Il minimo supermercato (minimercato, minimarket agli anglofili, hard-discount ai pornoassuefatti e pornodipendenti), orario di lavoro zeronoveduepuntizerozero trattino trediciduepuntitrenta barraobliqua sediciduepuntitrenta trattino diciannoveduepuntitrenta, attira folle di varia ed eventuale umanità, specie da oltre l’adriatico (o il tirreno). Vi pascolano la nazionale nigeriana di fri claimbing, il consiglio dei ministri libanese e l’ambasciata indiana in terra d’alte Marche: la bassa marca, ji shcarpari, sian lasciati a loro stessi.

Eppure, in tanta folla di esseri umani più o meno comunitari, rimarrà pur sempre principe cliente l’ofide comunemente noto al volgo come “biscia comune”.
Sordido rettile, diplomato o diplomando al liceo scientifico Torelli, (“è’l volta d’l’alta borghesia!” dice qualcuno), gellato così tanto da parer attentato da un branco di bovini carenti d’affetti: pomicioni, sguiscia per le coste del medio adriatico, infangando col suo tocco sordido e rettile le povere cipridi ovunque impiegate o liberamente scorrazzanti: bestia topivora, la Madonna gli farà capire, oggi o domani, chi comanda, col suo piede ofiocida e assassino: e al mondo non vi saranno più bisce comuni.
Tale biscia comune, sordido rettile, spende i uichend (o meglio spende i soldi di chi lo mantiene) tra le paste e le cipridi cloropsine serventi al bar bonbon, poppute, sederute, ormonalmente ipertrofiche e, ripetiamo, cloropsine. Ci prova. Ci riesce. 
“uelà, bela cipride!” o più probabilmente, bela passera
“mi fai mica un cono con bacio e spagnola?” e la cipride, altrettanto biscia e altrettanto comune, si prodiga in una risa raccolta della suggesta doppiezza (al quadrato: quadratezza) semantica.
“ihihihihihih!” …popputa cloropsina!
Tre per due ed il cono, popputo anch’esso, o meglio fallico, l’è bell’e fatto: “lapannalavuoi?”
“Certo!” o più probabilmente cas!
Sudano entrambi, popputa e coglionuto, ato, chi in maglietta bianca gelatifera ed evidenziante i promontori, chi in maglietta gialla, attillata alla pantani, stile frociotruzzo: lo scroto del gelato s’impollina, arvaltàt e pù ardrisàt, d’amaretti, e la biscia comune, sordido rettile, sibila.
“Dopo esci?”
“ihihihihihih!” popputa cloropsina: scappa alle quattro, chiuso il bar, or better known as “locale”, che siamo in riviera, no in Molise: lui alle quattro sarà “duro”, ciucco stordito ubriaco sbronzo perso, in bocca l’acqua claudia, incannabilinizzato causa un paio di “joint”, e forse un altrettanto paio di costose “ranze”.
“ohi, allora?”
“ihihihihihih!” popputa cloropsina, ipnotizzata dallo sguardo ormonalregio e dalla pulsione riproduttiva camuffata da istinto cacciatore o cacciativi: chiunque potrebbe cogliere il secondo fine del sordido rettile, e scappare, conseguentemente: pure, lei sta imbalsamata col cono fallico in mano, e l’occhio vivo come orata al banco del pesce. Lui, di suo, è altrettanto immobile: solo, il popputo trofeo che ha tra le mani (mani morali, per qualche ora ancora), gli conferisce un patrimonio di fierezza di cui subitamente abusa: e ciglio alzato, contempla cono, poppe ed occhi verdi, come cobra che si accinga ad ingollare l’ultima delle sue prede, ammirando, in lei, la propria forza: fierezza d’essere un sia pure minimo ingranaggio in quel macchinario di sopraffazioni cui abbiamo dato il nome di universo. Sordido rettile: la madonna vedrà di calpestargli il capo.

All’ingresso del minimercato (minimarket) al visitatore gira il capo per l’aut-aut, la triste scelta: surgelati a prua, illegalmente arraffati ignorando le mille barriere del caso(e pur pagati, si badi, si badi!), o, assecondando l’iter consigliato da chi di dovere, perdere tempo tra verdure, frutte, biscotti, dolci, pani, conserve, latti, formaggi secchi e meno secchi, carni di seconda scelta, analgesici, analcolici, disinfettanti e varecchine, birre, vini impadronirsi in ultimo del desiderato pacco di (per altro saporiti) gelidi gnocchetti precotti alla maniera di Sorrento? Bah!
Ma non è ancora aperto, il minimarket (minimercato) santoddio, che già le mandrie nazionalpopolari si raccolgono al suo ingresso, belando e muggendo perché il Walter, l’apertore, faccia il suo dovere: che apra, ché il futuro è incerto e la fine è sempre al nostro fianco!
Ma nulla, e tocca loro accontentarsi d’assistere al balletto pedalato di un ciclista in vena di esibizionismi: assuefatti e dipendenti da un discount che non fa sconti, figli di una società malata e consumista: o quam cura hominum rebus inane (est)!O tempora! O mora! Si stava meglio quando si stava peggio! Non esistono più le mezze stagioni! Tanto và la gatta al lardo che ci lascia lo zampino! Zampino, peraltro, dai poretti mangiato in quel di san Silvestro: chi si accontenta gode.

Tra invidia e zampone si è ormai a mezzo cammino, in bicicletta, ed ecco, di lontano, profilarsi la sagoma –nota- di una foemina dalla testa color foco.
Dio sa che non le manca nulla –ma che, non serve essere onnipotenti, per accorgersene- solo, lo stato civile, o futuro tale, di non coniugata.
No. Quello le manca. È coniugata.
Per carità, il coniugante è pure un’ottima persona: artista dall’ampio bagaglio di trovate creative, d’umorismo, entro come fuori gli ambiti comuni d’uso del pennello.
Con tutti i doppi sensi che possiate immaginare.
Pure, non cessa d’attrarre.
Pare vomitata –ohi! Si sia cavallereschi! Si dica “nata”- pare nata, si diceva, dagli ultimi, racclti avanzi delle migrazioni celtiche in terra metaura.
Galla, nondimeno sena, tanto pallida da ricordare Gian Battista Sforza, ma senza il frontone adibibile a parco macchine, o lo sguardo brillante di triglia. L’occhioverde (cloropsina, nella migliore accezione) riconferma l’impronta gaelica, supra tutto certifichè dal capello rossastro. Rosso brivido, per i bambini; rosso diavolo, per i siculi; rosso erotico, per lo scrivente: a lei piace sentirsi definire biondo-rame.
Galla, appunto, sena.
Pure, non è questa la cosa che più attira.
Viaggiando indietro, ritornando ai tempi andati delle prime cotte, viene in mente quanto segue:
“che ne pensi tu del don?”
“l’è carino, l’è un poco intellettuale, ma veste di schifo.”
E allora su! Coi jeans detti, pro-forma, “antidurello”.
“l’è carino, ancora ancora, ma l’ha anche un po’ la faccia da bamboccetto…”
E allora via! Rintaniamoci in soffitta –poi in Irlanda- a far crescere il pizzetto, area protetta, ad oggi, dalla LIPU.
Eh, proprio, tira più un capello biondo ramato che una pariglia di buoi.
Il capello di cui sopra, di tanto in tanto si assenta, per periodi ora più ora meno prolungati, ed ecco che quando lo chiami, sta cheto, lo schivi, ti viene in cerca, ti abbraccia, ti spinge in pista, per il ballo, perdona manate altrimenti imperdonabili, e chissà cos’altro sembrerebbe in vena di perdonare, ahahaha! Poi puffe! Disparisce, t’abbandona in mezzo al campo desolato senza neppure lasciarti li bovi: sei tu il novello traino, il carro, l’aratro, lo spingi da solo, sperando che detto capelo riappaio e ti aiuti a portarlo.
Ritorna il capelo, alle volte, ma è più un’insolente puntata, non volendo una sadica visita: a vedere il neobove trainare solitario il proprio aratro, alla disperata cerca della galla nondimeno senona cui avrebbe scaricato il lavoro della propria destra.
È l’aratro che traccia il solco, è il neobove che lo protende!
Obbietterà l’erede maschio e mascelluto del pirgopolinice forlivese: che lo faccia lui, se gli garba (al pirgo)! Lo protenda (il solco) e lo sostituisca (il bove): la bestia mansueta non chiede che di poter raccogliere i propri testicoli ed abbandonato il campo, farsi toro: scornazzare a destra e a manca malcapitati\e, a pacimento essere bestia da riservare alla monta, intelletto d’azione, mandante imperativo, vincitore di tornei di carte, ma a Spadi, per dio, la briscola dei forti! O a coppi, virile carta del virile bevitore!
Denari, ai poretti, bastoni ai leghisti.
Ma è solo delirio, fantasticheria, latente volontà di potenza.

La galla senona si fa più grande, da minuscola che l’era in lontananza, per quello strano, a tutt’oggi ispiegato miracolo della visione prospettiva.
Surrogare la volontà di potenza con la velocità d’andatura: giù il pedale, su il pedale, e giù di nuovo, rivoluzione dopo rivoluzione.

Come dinamo, dette rivoluzioni accendono il fanale dei ricordi, di come la porphyrotrica (tricoporphyra, la galla, insomma) in tre anni, lo abbia costretto ad agitarsi come campanaccio.
Ton!
Voce maschile: “stasera usciamo?”
Voce femminile: “certo!”
Ton!
Voce maschile: “allora ti passo a prendere alle dieci?”
Voce femminile: “no, guarda, ho male all’emistichio…”
E via scampanando!
Ton!
“sbornietta prematurità?”
“va bene!”
Ton!
“nove e treqquarti al green pub?”
“no guarda, ho un chiasmo, qui sul braccio, vedi?”
“…oh…fa niente…domani?”
”domani avrò un anacoluto alle gengive.”
Ton!
Da una parte all’altra come un batacchione rintronato dal gettito scostante di contraddittori stimoli.
Il giogo dell’uno è contraltare alla sicumera dell’altra, convinta di potere – e non lo ha fatto, forse?- tirare fino al punto di rottura.
Ton!
Voce femminile: “la chiaretta domani fa gli anni, ci sei?”
Voce maschile: “certo!”
Voce femminile: “no, guarda, non venire…ho uno spondeo alla gola…”
Ton! Ton! Ton!
Sbatacchiare annunciante lodi confuse, quando non un’ora media stordita, un vespro di contraddizioni, una compieta in preda a turbe.
Cosa ci fosse di divertente, rimane il grande interrogativo. Vedere forse l’elasticità dell’epidermide facciale del torello, tesa fino all’ultimo ed infine collassata, con un paio di rimbalzi? O sostenere lo sguardo comicissimo? Di chi nulla pretende e non vorrà ne potrà insistere perché, lo sa, nessuno gli deve alcunché.
E sì che in questo modo si era andati avanti per tre anni: fino all’acme fatidica di quel ventitré marzo, tra gli strusci e i frusci e il malto distillato (in birra Guglielmina, “Birra Kaiser”) che nemmeno troppo gentilmente offerto, pioveva a litrate.
O, gli strusci!
O, i frusci!
O, l’elettrolisi galvanica di ormoni in assetto di guerra, schola palatina messa lì guardia d’onore, più che il merito, ringraziando l’anzianità del servizio.
Pure, nulla.
Il bove, che fu, sinceramente, merlo, non seppe, forse neppure volle, arraffare, ché tanto sapeva che cosa, comunque, lo avrebbe aspettato, finita la danza: un bel campo deserto, infinito, e le zolle, una per una per una da rivoltare con il gentile aratro, per saecula (saecula!) saecolorum.
Di quegli strusci, di quei frusci, il poco di toro palluto che rimaneva al bove cercò di trarre guadagno: con mossa previdente, di farli fruttare, investiti come titoli azionari, di afferrare il capelo per le corna (quale arguzia!) costringendolo a tirare.
Pero Nada, Nada Que Hacer. Eccola che si contagiava con una sinalefe all’esofago, con un trycolon all’intestino, con un tetrametro trocaico. Tragico.
Pareva che i manuali di poetica, boia l’orazio, non smettessero, ogni sera, d’inventarsi modi per condire e spezzettare il verso.

Su il pedale, giù il pedale.
Su il pedale, giù il pedale.

La velocità d’andatura non è un surrogato sufficiente, lo può essere certamente e meglio il lavorio politico.
La cosa pubblica è, lapalissianamente, pubblica.
Un lavorio che si lavori le assemblee, ministri e ministeri, camere alte e basse, con pugnalate, svolte, libri all’indice: per fantocci, putacaso.
Putacaso, sì, un nasuto partenopeo, puta il caso che l’immagine sua tanto proboscidale attragga le moderne foemine, e che sappia, detto pulcinella, approfittarsi del suo charme rinocopioso per accumularne a quindicine nei suoi annali.
Ha l’immagine, ha giudizio in abbondanza per farne (dell’immagine) utilizzo sconsideratamente rapace, predace, per soddisfare i capricci di bel altre protuberanze.
Che il grottesco mulo (ricordino, i lettori, l’asimov), curatore e promuovente il suo successo, abbia gli estremi per fare il politicante di facciata?
E chi, se non il sin verguenza, smessi i sottomessi panni del neobove, può dargli quella spinta tattico politologica che lo sparerebbe come missile oltre le barriere del cosmo parlamentarista? Farne un prodi! Un Giolitti, meglio! Un Cavour! Un Bismark! Farne un Truce!
E, fidando nella sua gratitudine, accogliere i resti della sua notorietà. E che resti, che poi non sarebbero resti sui, diretti, in quanto bolo e masticatura del burattinaio. Resti, e di resti, ma che resti!

La rossa è ormai alta mezzo metro, alza la mano, accenna un salve.

Ma il dispotico capelo è ormai spezzato, l’amore, el amor, che cos’è accanto al potere, al poder?
Il potere non è l’amore che al petrarca apparve in sogno: è la mora che supplica di prendere parte all’ingordo banchetto delle indennità parlamento-ministeriali, è il becchime per le galle, per le senone, per più galle, più senone!
La volontà d’eminenza (grigia, dinascosta, celata ma nondimeno grifagna longa manus) accelera l’andazzo del ciclista incappucciato.

“ciao ni…” fa la porphyrotrica (o tricoporphyra, la galla, insomma), ma taci mugliera!

Padrone, lo chiamerai, padrone! Se non oggi domani, se non domani tra una settimana: sì, sì, padrone! Padrone! Potere! Potere!
Il delirio smuove le sinapsi che modellano un balcone, bianco e nero, presieduto dal nasuto pirgo vesuviano che doce la folla oceanicamente ai suoi piè radunata:
Il Pirgo: il decrepito sistema della plutoanglocrazia giudaica non può né sa frenare il vittorioso slancio di un’Italia maschia e protesa a cogliere di sua mano ciòche il mondo le ha negato!
La folla: eia!eia!
Il Pirgo: soia a chi bolla!
La folla: alalà!
E dietro la figura, di per sé poco imperiosa, uno scrivano che a matita verga i deliri del nuovo truce di tutti gli italiani, adempiendone gli obblighi, riscuotendone i feudi. Per sé.
O a mano mancina!
Quale nuovo Berlinguer potrebbe venirne plasmato, con un poco di attenzione!
Il neo-compagno: tovarich! I biscotti di cui mi sono nutrito stamane sono “frolle ricche” della conad! Combattiamo l’aberrazione borghese e ingolliamo solo frolle proletarie!
I vetero-compagni: hasta la revolucion!
E tra la falange di pugni sinistri levati al cielo, occhialuto e impizzettuto se la gode il populista, segretario del novello lenin.

“ma i tempi…la politica…”
Taci, coscienza! Non è ancora il tuo momento!
Potere, ragazze mie, potere: poi con tutti i vostri capeli multicolore ci farò una bella coperta, o metterò su un’agenzia di traino, si vedrà, non ipotechiamoci il futuro.
Destro, allora, sinistro! Pedaliamo, svelti, verso l’alba di una nuova eminenza (grigia)

CesareNiceforo l'ha postato alle20:50 commenti

lunedì, settembre 17, 2007

...DIES (intermezzo)...
"foxwatching"
ovvero
"c'è una topa sulla tipo!"


I bei capelli mossocastani, a cornice di una perfetta elisse bifocale, vulgo “ovale”, luminata da du’occhi, ma du’occhi! verdi, ma d’un verde! Tanto verde che il valore G della tavolozza di  fotoscioppe non vorrebbe né potrebbe salutarli con verdi di minor verdezza rispetto ad un botanico ed informatico dueeccinquantacinque.
Naso: ottimamente pitagorico, bocca: aueromediocre; e poco sotto, i seni minimi, (ma buoni, poraccia lei!) e pure nondimeno pronti a deformare i fianchi belli in due accoglienti ed altrettanto belli golfi, degradanti mano a mano in un sedere, l’anima di un sedere!: callipige, ed ovalmente michelangiolesco, idea platonica di natiche ginecee; e pure ben valorizzato e l’occasione l’obbliga, da pantaloni lunghi e, grazia loro, seconda pelle.
Una venere botticelliana, adeguata ai nostri standard di bellezza dimagrita: defraudata di due taglie, eppure noi, sia chiaro, non si ha di che lamentarsi.
S’imbraccia e si scambia manate (ma caste manate, perlamordiddio!) con gli altri maturandi, provati nell’ormone: ma lei pare già matura, e non di poco, con quel culo, con quell’anima di culo!
Che sfrata i frati e sprofessora i professori, quel culo: fonte propulsiva rinnovabile, sostenibile ed ecologicamente ineccepibile, quel culo, user-frendli, eppure non manata-frendli, ché, come al museo od in ferrovia, chi tocca muore....

...Ma ecco farsi l’ultima madonna del lurdes: apparizione e grazia tra le grazie, gratifica, la Lidia madre, figlia e sorella, consanguinea, di tutte le Lidie che nei loro abiti classici hanno macchiato di devianze stilnovistiche la barbarie carducciana: bella! E più che bella, splendida, brunito sole perennemente all’occaso: splendida! E più che splendida, soave, vittoria samotrace (samonike o niketrace) priva d’ali e compresa di capo, racchiusa in metro e mezzo di marmorea estasi: soave! I capelli, accodati in una semplice (sensuale!) poniteil scoprono il collo, alloggiano berninamente il viso, domandando d’esser carezzati; la figura elegantemente snella incoraggia l’overture d’abbraccio, un bacio a stampo o a Dio piacendo un po’ di lingua, ma lo sguardo no!
Se il povero Giosuè, bavando ormoni, s’approcciasse alla sua Lidia, ecco nascerne un diverbio metafisico! Ecco che il barbarista si fa empirista, e l’empirista ha nella metafisica l’arcinemico, il suo Moriatry, vulgo “lex luthor”, metafisica che la capitata-dealata samonike (o niketrace), bontà sua, ha eletto come solo e unico tramite, suggello ed intimo collante di eventuali relazioni prenuziali: ceppa!
Buon Giosuè, stasera, come ieri e anche domani, ti aspetta Federica, o a giorni alterni, Gerva...!

CesareNiceforo l'ha postato alle22:37 commenti (3)

giovedì, agosto 30, 2007



Il Kastron di Rometta ha ormai perso la sua importanza strategica all’interno dello scacchiere siciliano, e per questo il governo di Costantinopoli ha deciso di adibirlo a casa di riposo per veterani.
C’è tutto quello che un vecchio soldato in pensione può desiderare: bambini pagati per prestare orecchio a storie di guerriglia, giovani infermiere spedite appositamente dalla Persia, sedie a rotelle con ruote falcate e un bellissimo laghetto con le paperelle, oltre ad un ben fornito serraglio abitato dalle bestie più disparate: si va dal tipico cosmopavone Bizantino al rarissimo Equiglio, l’equino con il corpo di coniglio e la testa di coniglio.

Ma a non tutti bastano le paperelle o le infermiere: il nocciolo duro, gli ex soldati dei tagmata armeni continuano ad indossare le loro uniformi lucide, a contare mille favole di gloria e di battaglie. Andreas Castamonites è uno di loro.
“Cani normanni! Cani normanni!”
…Povero Andreas, la guerra in Sicilia lo ha proprio fatto uscire di senno. È in ricovero qui da dieci anni ormai, insieme a tanti suoi commilitoni, e in dieci anni non si è mai voluto togliere il klibanion. Non chiedetemi che medico avrebbe il coraggio di visitarlo, adesso!
Passa tutto il tempo libero a sua disposizione (e vi assicuro che non è poco) sulla sedia a rotelle, a maledire i suoi antichi avversari e a guardare vecchi film di guerra alla tv: se ne ingolla anche tre o quattro alla volta, proferendo parola solo quando si tratta di commentare il realismo delle scene e dei combattimenti.

L’ultima pièce cinematografica che ha avuto il coraggio di divorarsi è stata “la guerra delle bottiglie”: titolo evocativo di schermaglie tra beoni in qualche vicolo di paese, preferibilmente nei Balcani.
Chi glielo fece avere fu la sua famiglia, dopo la sua coscrizione costretta a vivere come grande equipe teatrale: e con lui vollero vederlo.
L’ambientazione era ben strana: uno sconosciuto fronte alpino durante un conflitto 15-18 fantastoricamente rielaborato, in cui l’america PseudoGuglielmina aveva deciso di schierarsi a sostegno dell’Asse Tokio-Berlino.
Non c’erano le premesse, insomma, perché questo film piacesse al vecchio Andreas.
Lo svolgimento era ben strano anch’esso. Più che film di guerra, pareva un film concettuale sullo stile di Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera: i due contendenti, un soldato Italiano ed un suo rivale Italo-americano si fronteggiavano, il primo a monte, il secondo a valle, raccontandosi barzellette razziste e scavando trincee fortificate con casse di bottiglie Acqua Norda. Tutta la storia ruotava intorno all’italiano e al suo tormento interiore, al senso di soffocamento provato in quella gabbia di plastica e vuoti a rendere.
No, di certo non era un film per il povero vecchio Andreas.
Dove sono le uniformi?
Dov’è il sangue?
Dov’è la lotta?
L’ebbrezza belluina, di un adrenalinico e fotovoltaico massacro all’arma bianca, alla baionetta o a colpi di moschetto?

Niente! Solo dialoghi barbosi ed occasionali gag su zingari e neri americani, tra l’altro molto annacquate e private (grazie, cari traduttori!) della loro originaria incisività. Si aggiunga a questo il fatto che i suoi cari, assunti dal teatro comunale di Gallipoli per rappresentare a teatro questo capolavoro di cinema cervellotico, ripetevano a pappagallo interi brani dello stesso, durante i (neanche troppo) rari intermezzi di assoluto silenzio, recitandoli con inutile verve declamatoria.

Il regista, poi, è addirittura un turco.
Sia chiaro! In pochi, all’ex kastron hanno davvero qualcosa contro i turchi: i più li considerano solo una divertente massa di barbari ubriachi e pasticcioni, innocui rifiuti delle steppe transcaucasiche. Ma non il povero Andreas.
Dieci anni prima, contro un turco, si era giocato la sua pensione, la sua terra e la sua famiglia, in una partita a poker vistosamente truccata. Il turco maledetto doveva morire! E morì, ucciso da Andreas, dopo un lungo e avventuroso viaggio per mare e per terra alla ricerca del regno di Prete Gianni.
Ma questa, mi scusino, è già un’altra faccenda.

CesareNiceforo l'ha postato alle23:21 commenti

lunedì, agosto 13, 2007

IL RITORNO A CASA DEL MARQUESE DIEGO RAMON XIMENEZ DE NORIEGA ( ya Conde de Bocanegra)




"Marquese Diego Ramon Ximenes de Noriega, ya conde de Bocanegra!"
"A rapporto!"
"Sabes que tu tienes un nombre muy largo?"
"sì, es por mi vanidad"
"vale"
"que pasa?"
"pasa que la guerra es al fin. Puedes reir a tu casa"
"vale"

Sono passati nueveciento anni.
Ed in novecento anni, la Ciudad, Sevilla, non la si riconosce più, e tampoco la situazione storica.
Ovunque l'ibero è in catene, il gallo becca, la saracinesca è aperta, la veneziana chiusa, persiane non ci sono: la crema della cataluña, basco in testa, fa ciò che è in suo potere per espugnare la castilla, non ostante che cantabri in preda a turbe, valenciemente lottino sugli spalti, o si dian da fare per difender la coruña.
"niente malaga!", ammira un berbero sbarbato, rapitor di Moro, sgranocchiando del gran turco.
Pur di poter addentare qualcosa, i borboni qua si dicon portoghesi, ed entrano aggratis in locali scandalosi, dove amanti d'amor greco fanno arrossire i visigoti vecchio stampo (han la puzza sotto il loro nasone asburgico: nemmeno lasciano la mancha ai camerieri)"famo alla romana?" e se ne vanno.
Un circuito strambo, entonces, una Storia abbastanza confusa, un cane che si morde il caudillo.
"Cabron!"
Servirá tempo per adattarsi.

La parata interminabile de los extrañeros, che pure lo comprende, lo que es delle rive del metauro, la mira dal suo scranno aristocratico: non soltanto puledre di Marna, Senna e Manzanar, non solo jager austroungariche al passo dell'oca, o suise puttanie mezzosangue,quartosangue, brasilianti: son mandrie di bestiame intra o extracomunitario!
Manzi nederlandesi, vacche teutoniche, somari cimbri, galline nipponiche, che si inchinano si inchinano sprecando arigatò e beccando foto con le loro modernissime daevù, nicon, soni; pauci inglesi, coloniali al solito, casco bianco e giubba rossa, con curiositá giudicano los catolicos, yppur li seguono con nonchalante charme britannico, lusingati dai grugniti di porci e maiale sfuggiti al cheghebè o posteriori ad esso.
Gli italiani, parassiti, si aggregano e disgregano a seconda: sentimento
nazionale o forse più presenze (o nondimeno assenze) di vianccia, fumo buono e freña (o ñocca).

No, non c'è dubbio, non sussiste, che da quando si cantava de suo cid, tutto è cambiato:certo in peggio.
Un conte, giá marquese, de noriega, ¡vivaddio! costretto in una camera
d'ostello, a condividere il suo tempo con un russo!
E codestas nuevas indias, che han portato tante tapas, certo, ma la topas, quella resta sempre un sueño (calderon!), per il marquese, giá conde di bocanegra, che dai tempi del feroce saladino (e son passati pure novecento anni!) non consuma alcuna unione o matrimonio.
E sevilla, perla dell'andalucia, non è poi più la stessa, sempre che lo sia mai stata:  solamente abbiam salvato il bel barroco, il bel suo sfarzo, tutto l'oro che sì, vabbè, ci arriva in nave dalle americhe: ma Cristo,l'Iddio del Cid (mio Cid!), non potrebbe accontentarsi d'altro.
Eppure, non ne par contento: nè il marquese, nè alcun altro, ne ha mai visto (nei ritratti) il volto allegro, o anche sereno: questo povero jesùs, sta sempre affranto, demasiado!
Dev'essere il lavoro. Non è il tipo da parlarne, si tiene molto sulle sue, ma non fa certo piacere, alle lunghe, essere il figlio del padrone.
Come un figaro (barbiere, appunto, de Sevilla), ma evergreen: tutti lo
vogliono, tutti lo cercano, jesùs di qua, jesùs di là, ma lui non ne vuole sapere di tutte quelle scomode attenzioni, è modesto, `poveretto, timido, non come la madre che è sempre dappertutto: gira ddirittura voce che per un anno intero abbia viaggiato sotto mentite spoglie, camminando sull'oceano per fuggire alla folla, rasato, sbarbato, cambiando coñome (de rossi, non più di nazareth), fingendosi un agente della RAS.Ma a suo padre, javè di Nazareth, tutto questo non è mai piaciuto: "Fatti
crescere i capelli!" sì padre! "E la barba!"Sì padre! "E ricomincia a bucarti, che ti si sono quasi chiuse le stimmate!" Sì padre!
un sì padre dietro l'altro, e il timido jesùs, smessi i panni dell'agente assicurativo, si sforza di ritornare al suo tran tran eterno (per saecula saecolorum) di celebritá messianica.
Hai voglia a dire che se prende una birretta poi non deve pagarla, che tiene uno yatch lungo quanto la flaminia, o che esce tutto il tempo con modelle e belle attrici: essere dio stanca. Punto.
Ma d'altronde, oñuno ha le sue croci.
La croce di una fobica misoginia, ad esempio, che pesa sulle spalle del conte, giá marquese de Noriega.

"Porqua te ne sei andato, nichelou, siàmo usciti insieme, e insieme sarèmo dovuti tornàre..."
"Taci Mujer!"
Nessuno critica il marquese Diego Ramon Ximenez de Noriega, giá conde di Bocanegra!
Egli è come il lupo della steppa, corridore solitario e fiero artefice della propria suerte!
Rapido come la folgore!
Sordido come la forcipe!
Libero come l'antilope!
Duro come l'Ofiolite!
Egli si crogiula e si compiace della propria solitudine, e libidine, e tratta come fosse suo, a ragione, ogni angolo, e ogni anima, di esta ciudad maldida!
Ay, mujer!
Non bastan gli occhi rabidi di una stampellona d'ile de france per fletterne il superomismo dannunziano!
Ay, franzesas!
E ad un certo punto è d'obbligo per il marquese, giá conde de Bocanegra, senza armate e senza feudi per cui ser el demiurgo, tra una vodka y una cerveza tirar fuori dal cassetto il mai dimenticato ammonimento Mediceo:
"Quant'è bella giovinezza
che si fugge tutta via
del doman non c'è cerveza (Il magnifico beone!)
chi vuol esser lieto, sia."
Si fugge, si fugge! Tuttavia noi non si sa poi esser tanto lieti.
Chi, chi potrebbe essere lieto in un mondo che tratta il sale della nostra fonetica, la parola tronca, come il Vallone tratta il Fiammingo?
Non vi è piú una cultura dell'accentazione, i pedanti han combattuto, sì, la buona battaglia, ma senza purtroppo riuscire ad arginare l'avanzata della koinè albionica e delle sue invincibili falangi di sdrucciole, bisdrucciole, tris quadris e quintisdrucciole-
Niclow!
Nicolas!
Nikolo(Heil, hitler!)!
Nicheloou...?
O tempora! O mora!
O in una casa dove inespugnabili lagerkapo`sudtirolesi fulminano tutti gli astanti immersi in silenziosa cura,con sguardo raggelanteImperialregio, un po`Schiffer, un poco Radetzky?
O tempora! O mora sin verguenza!
Non basta, no, non più, il manganello per fermare questa rapida caduta en el oblio.
Gioventù lassata! Gioventù lassista!





"Teneis cosas mejor? Mejor de una sveltina col Marquese (giá conte di Bocanegra)? Entonces Baila, crucca maldida, baila: vierrà el tiempo!"

CesareNiceforo l'ha postato alle15:27 commenti

giovedì, luglio 12, 2007

BESTIE IN RIMA



no. questo non se lo aspettava nessuno.

CesareNiceforo l'ha postato alle22:38 commenti (1)

lunedì, giugno 25, 2007

DIES
parte prima (non vi assicuro che ce ne sarà una seconda)



Allo strombazzare di un sahariano carillon aprire gli occhi, e dannandosi per far ammutolire il telefono a celle, surrogato dell’alarm clock ante e postbellico, ma comunque relegato agli antiquari, salutare il giorno appena nato.
“Salve, giorno!”, e con l’indice deungulato inquisirsi le narici usando torquemadesca efficienza, attaccandovi capperi a mò di ventosa, per spararli a terra e farne indi un verdognolo mosaico.
I primi passi mossi e alternati, dest, sinist, paiono i fenomeni di un rito creolo di qualche macumba o candomblè, tanta scordinazione ne traspare e tanta poca voglia ne vien testimoniata.

Overture: i liquidi di origine renale troppo a lungo covati nel ricettacolo della vescica han da compiere il viaggio per cui, in ultimo, sono stati concepiti, ergo con movimenti continuativamente sconnessi, è d’uopo abbassarsi pantaloni e boxer, onde afferrare l’idrante e rilasciare un getto d’orina con determinata pressione P, mirato e magari raggiungente il centro del cosiddetto “water closet”.

Primo atto: deserrare la serranda settentrionale destra e capire o no se sia, i primi di giugno, nevicato nel medio adriatico.
No. Non ha nevicato.

Secondo atto: deserrare la serranda settentrionale sinistra ricapillarizzando la circolazione nei muscoli bracciali e manuali, accendere la luce e infine sedersi.
Seguirà senza fallo l’appicciamento del televisore, sul nono canale. Si materializza tra i catodi dell’aere audiovisivo il volto familiare dell’opinionista Vaime, simpatico e pungente come pochi tra le sette e trentacinque e le sette e quarantuno. Per capire anche solo due parole del suddetto opinionista urge spremere dalla polvere nera un po’ di succo del risveglio, per gli oriundi italici caffè, da prepararsi con l’apposita macchinetta, surrogata dell’espresso baristico di San Cristoforo eppure funzionante senza fallo; gesti atletici scomposti da accenni di Parkinson e circolazione ancora stentata, in vario ordine lussano la coppa empiendola di granelli nerastro-marroncini, accendono il trabiccolo e aspettano che le leggi fisiche dell’induzione scaldino il liquido precedentemente versatovi. Inevitabilmente tra gli ultimi è l’atto di combinare i tre elementi di pulviscolo, calore ed acqua in un unico liquame scuro con doti potenzialmente antianestetiche. Dicesi, repetita iuvant, caffè. Caffè che in scarsa quantità può bastare a sollevare una giornata, e che ha bisogno di un carboidrante aiuto perché all’amarezza subentri la preferibile glaucedine. Latte, dunque,va versato del latte freddo, e fare poi sì che le microonde shakerino ben benino, con tutta la calma che è propria dei mattini in corsa, il composto, o chimicamente meglio detto miscuglio, equilibrandone la temperatura a livelli di piacevolezza, permettendo un tranquillo pucciare dei frollini gocciati di cacao.
Tremore! Stupore! Turgore! Sapore!
Un corteo caffeinato comincia a percorrere le vie sanguifere e a darsi da fare per oliare i meccanismi di un’arrugginita corporeità diciotto-diciannovenne, dandogli a intendere che solo in cagione del suo aiuto può attraversare l’acheronte meridiano.
La riflessione catodo-indotta, bolscevicamente attuale, è scandita dal cozzare di mandibola e mascella tac-tac-ciac-tac-ciac-groump-tac-tac-ciac-tac-ciac-groump: e sono due frolle bolizzate che si tuffano nel canale esofago.

Bagno. Accappatoio. Spogliarello. Le sinapsi hanno appena il tempismo di sintonizzarsi sul canale Mondo per cogliere il e stupirsi al lisippiano pre-ellenistico spettacolo di un busto tale sputato a un non meglio definibile (dovere di decenza) ramestagno acheo. Prosit!
Il bronzo pare avere un suo peso specifico variabile variando piada con pizza con fettina nella dieta marenostra, oscillante tale peso tra i 93 e i 97 chilogrammi – e siamo sul novantacinque. Il pubblico sinapsico grida cento!cento! certo! Non ci siamo ancora. Novantacinqueqquattro. Che tanto al cento non si vincono i milioni.
L’acqua ritorna a spadroneggiare sugli altri composti più o meno organici: gaia e ricolma di calcio prorompe dalla cornetta (non telefonica) scaldandosi con entusiasmo fino ai 30-35 gradi. Celsius. Che se fossero Farenheit sarebbero tante centinaia. Prosit!
Ed ella prosa, come suo dovere, giovando al definitivo risorgere dell’attenzione mondana.
Omnis vanitas est! O quam cura hominum rebus inane (est)!
Ma a la guer com a la guer si riesce fracidi zuppi grondanti, rimestando, mano al pettinino, barba caprina e baffo sparviero.

Ah! Semisfera di sfilacciata arguzia, aggrappata a un trapezio scaleno!
Piramide, tronco di cono, assurta a simbolo di giambica arroganza: chi mai può trovare argomenti per svilirti, chi mai vorrebbe farlo?
Ah! Speculari solletichevoli mustacchi mantenuti alla timida, e pure considerevole lunghezza di tre. Tre non si sa bene cosa, ma tre: più di due, meno di quattro: baffo duplice e nel suo piccolo trino, speculare a sé stesso e alla triade fichtiana. Il baffo pone se stesso, il baffo poi pone l’altro baffo e in ultimo si oppone il non baffo.
Tesi!: guai a chi sbarbato si contenti del due! 
Antitesi!: guai a chi barbone indulga nel quattro!
Sintesi!: beati coloro che accettano l’ottimo tre.

È da porsi a questo punto un limite all’ascesi: limite che segnerà l’inizio di un calando rossiniano: il piede mollo s’inciabatta e attacca un passo, cui ne seguiranno altri, alternati, indefiniti, finiti: quattro: l’uscio domiciliare si proietta sul bandon bicefalo e aquilino (ma c’è chi direbbe bicipite), nero volante sull’oro. L’artiglio grifagno mancino ghermisce uno spathion, nell’altra soggiace l’orbis terrarum (ma c’è chi direbbe oikumene), gemmato, crociato, possesso privato del B.B.B.B. , al secolo, Totò: Antonio de Curtis Ducas, Comneno, Foca, Paleologo di Bisanzio: non rispondono però all’appello gli armeni (Tzimisce) e gli Isauri (Isauri).
Le due cefale (ma c’è chi direbbe le due cipiti) speculari sull’asse puntano il fagiano (Scita? Persico? Alamanno?) a settentrione e meridione: collezione di cappelli con visiera, armadio autocelebrativo, posterato, a doppia anta, doppiamente autocelebrativo; tabellone mosaicato a cartoline, bozzi, stemmi ed adesivi. Qua e là buste od accessori: fogli, quaderni, giacche, a sinistra, meridione: libri accatastati; altre pile di carta stampata, scarpe, borse teutofone, a settentrione, a destra: lenzuola gialle scaraventate. Centrale e intatto nell’in sé che gli è proprio sta il materasso blu magiaro, impudicamente ricoperto da telame, giallo anch’esso. Prima estate, tale spesa d’ori e teli d‘oro ha amanti e detrattori. 4 cappelli (varie fogge, varie forme) guardano verso occidente. Il muro biancastro, percosso, ancora e ancora, da ponente butta l’occhio sul levante.

Per amor di pudicizia si serra l’uscio, per abitudine si apre l’armadio, per necessità se ne tirano fuori mutande e calze. Mutande: capo di vestiario atto a coprire le pudende, dal latino mutanda, da mutare, e per questo la si muta; gran giornata, oggi, s’indossino le blu a pinguini. Comode mutande blu a pinguini! Elastiche, policrome, sintetiche: amichevoli. Calze: capo di vestiario atto a coprire i piedi, dal latino calza, da calzare, e per questo la si calza; gran giornata, oggi, si calzino quelli beige a rombi viola. Comodi calzetti beige a rombi viola! Elastici, policromi, antiestetici: amichevoli.
Se si mostrasse al volgo il torso, lisippiano, scoperto e ben visibile, chi non ne sia estasiato, ne sarebbe adunque ciecato: con modestia lo si copra. Con che?
Maglietta omnibus blu scout? Maglietta omnibus grigio don? Maglietta omnibus verde laga? O forse maglietta elegantibus blu prussica? Maglietta elegantibus bianco ghiaccio (con coronata e minacciosa scritta “dominator”)? L’ultima, che sia. Granulata, polo, e abbottonata, veste il torso lisippiano. La cintura nera onnipresente sostiene, ringraziando anche il prorompente addominale lisippiano, il pantalone omnibus, tessuto jeans (jeans, venga da Genova? Da Ginevra?) immune, solido ed invulnerabile a qualsivoglia taglio od abrasione.

Corazzato, eppur pensante: il letto blu magiaro accoglie il generoso posteriore del filosofeggiante, sperduto tra le nebbie del suo ego: se fossi! Se fosse! Se fossimo! Se foste! E la paradossale natura dell’essere (che è) riluce nella sua coscienza, lo induce ad impostare il proprio sguardo sul non essere (che non è). La sintesi di dentro, fuori, positivo, negativo, si concretizza nel tornare a sé dell’immaginazione dall’immaginativo, si impernia e si incunea in un’intelligente wit britannica, stilizzata in segni alfabetici su carta quadrettata: quaderno  k-way, breviario di sententiae lapidarie, senecane, tacitiane, di politica, morale, didattica, divinità (che è), di sesso, donne, storie concettose (che non è). Sintesi bilanciata da una parte o dall’altra, che sia o non sia, non ce ne importa, carpe diem, che il diem ti carpa!
In piedi dunque!
Ultime volte che lo zaino ha da esser fatto, lo riempiano testi albionici ed ellenici, kantiani e michelangioleschi.
Ma… se fossi…se fossi…se fosse…se fossimo…se foste…se fossero… sarebbero! L’essere è, il non essere, vien logico, non è!
Parti, allora, và, prendi quel che hai da prendere, e non voltarti indietro: la strada è tanto lunga e il freddo già ci assal, per le vie del mondo: non può che farti comodo l’auricolare emittente une bella canzone dei pink floyd.
Che sia Echoes: piede dest, sinist dest, sinist, incamminati, il dì è appena cominciato.

CesareNiceforo l'ha postato alle21:53 commenti (2)

venerdì, giugno 22, 2007

L'IDEALISMO FLAUTOLENTO.
ovvero
L'idealismo trascendentale di J.G. Fichte spiegato a mia figlia (che non ho)







Testi: Niccolò Fattori, Enrico Pierpaoli
Disegni: Enrico Pierpaoli.
Si ringrazia: la knorr per la sua ineffabile (trascendentale!) zuppa di fagioli.


P.S.:
"il cielo stellato sopra di me
la legge intestinale dentro di me"
Sarà il mio epitafio.

CesareNiceforo l'ha postato alle10:09 commenti (2)

sabato, maggio 12, 2007

BRACCIO DI FERRO
una lettura Nietzscheana

trad. del saggio della dott.ssa Mary Mbalzy

La cosa che sorprende di più di questo cartone è come il suo target sia stato frainteso. Da quanto sopra esposto pare ovvio che il Braccio di Ferro sia una produzione filosoficamente impegnata e concettualmente impregnata di Nichilismo pessimista, leopardiano. Solo con una buona cultura storico-letteraria è possibile intuire quale densità di idee sorregga ogni episodio, quante ardite provocazioni filosofiche, pensate soprattutto per far riflettere lo spettatore, costellino le azioni dei vari protagonisti: Braccio di Ferro, Poldo, Pisellino, Olivia e Bluto.
Non si tratta certamente di un cartone per bambini, non più di come lo siano South Park o i Simpson.

Braccio di ferro è sotto molti versi la trasposizione moderna dell’eroe omerico, guerriero e dionisiaco, rappresentato tuttavia con una punta di tristezza e consapevolezza che mancava a dei Kaloi kai agathoi come Achille o Agamennone.

Braccio di ferro è forte, orgoglioso, e quando “drogato” di spinaci, semidivino. Come si vedrà, la sua semidivinità spinacio-indotta è un elemento fondante dell’ideologia dietro il cartone.
Eppure, come allegoria della modernità, alla bruta forza muscolare accompagna un aspetto fisico che ben poche culture definirebbero attraente.
Tra queste spicca senza dubbio l’etnia Barbu che vive nelle giungle del borneo meridionale, e che a causa dei propri gusti estetici non è riuscita ad andare oltre all’età della pietra. Senza dubbio qualche antropologo saprebbe spiegarvi meglio la situazione.

Ma torniamo a Braccio di ferro.
Abbiamo detto che è un’allegoria del secolo appena trascorso: le varie parti del suo corpo sono in vario grado sproporzionate tra di loro, la sua testa (= la parte “cervellotica” e teoreticamente ingarbugliata, contraddittoria, della società occidentale tra le due guerre) è abnorme, così come i suoi avambracci (=la corsa agli armamenti delle potenze pre e post belliche), i quali tuttavia, senza un’adeguata carburazione (gli spinaci sono chiaramente il simbolo dell’ideologia, di qualunque colore) sono impotenti contro il nemico di turno, un Bluto tondeggiante (le forme arrotondate ricordano le cosiddette veneri di età neolitica, e sono quindi simbolo di un passato ricco e opulento, ma spiritualmente vano, che non va dimenticato quanto criticato) che tenta di rubargli la fidanzata e, anche se non sempre, di conquistare il mondo.
Interrompendo per un attimo il parallelismo tra Braccio di ferro e gli eroi dell’Iliade, è possibile intravedere nelle forme slanciate, evanescenti, di Olivia Oil, vanamente corteggiata da Bluto (il passato) e Braccino (il presente) l’Assoluto, il divino e il totalizzante cui l’uomo ha sempre teso nell’arco della sua storia e cui sempre tenderà, pensiero cui sembra indirizzarci il piccolo Pisellino(il futuro), che non viene messo al mondo da un congiungimento carnale (neoplatonico?)del Marinaio Mascellone e di Olivia, ma che tende comunque a dirigersi verso quella figura materna e irraggiungibile, nonostante venga spesso rapito dal cattivo Bluto (= nonostante tenda a rivolgersi ad un passato falso e bugiardo).

Quello che gli ideatori del cartone vogliono farci capire, è che l’uomo, fin dai tempi del tardo impero romano, è rimasto troppo legato a stilemi e ideologie di concezione classica, antica, e che ciò è essenzialmente dannoso per la natura creativa dell’uomo, Nietzscheanamente intesa: l’uomo-leone-Popey del XX secolo, pur con tutti i suoi squilibri e le sue contraddizioni, deve trovare idee moderne (spinaci) che lo aiutino nella lotta contro l’uomo-cammello(dragone?)-bluto del passato, e quindi nel ricongiungimento con l’assoluto-olivia, perché nel deserto della spiritualità umana venga a crearsi l’attimo propizio all’avvento del (super)uomo-fanciullo-pisellino, così spontaneamente dionisiaco, almeno quanto lo erano Achille, Aiace, Ettore ed Enea nel loro codice di coraggio e di comportamento, così innocente e capace di creare da sé il proprio universo di valori, in cui non troveranno posto né i secoli antichi con il loro carico di teorie errate e faziose, né il presente in cui queste teorie vengono superate con l’uso di surrogati i quali sono efficacemente simbolizzati dagli spinaci.

Braccio di Ferro non è un eroe dionisiacamente compiuto, non è ancora un vero superuomo. Non vive di sé stesso come dovrebbe fare un superuomo: ha purtroppo bisogno degli spinaci (ideologie) delle quali però farà benissimo a meno una volta ricongiuntosi con la sua amata.

“vi mostrerò come lo spirito da cammello si fa leone, e da leone fanciullo(F. Nietzsche,Così parlò Zharathustra)”
…e come da fanciullo, fatto il proprio “dovere”, si faccia Poldo.
L’umanità non è destinata alla salvezza, neppure rifugiandosi in forme di Superomismo, secondo i creatori di Braccio di ferro: Poldo è la decadenza, l’afflosciarsi di quello slancio (auto)creatore che ha reso superiore il superuomo, incapace a un certo punto di essere realmente tale e quindi destinato a nutrirsi di hamburger (nuove ideologie), che però, stanche e trite, non gli conferiscono nulla che ricordi la forza di coloro che, pur nella loro assuefazione ideale (e fisica) hanno dato la vita per cambiare il mondo.

CesareNiceforo l'ha postato alle20:11 commenti (1)

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A proposito di me...

io sono colui che è, che fu e che sarà. A me basta, non so a voi.

SUPERCAZZOLA DEL GIORNO(generata a random)

A proposito di me, "FOR DUMMIES"

siccome non capita a tutti di riuscire a comprendere l'essenza di un'entità palesemente di origine divina, in questa guida a "me stesso for dummies",affermo di essere un tipo trasandato, stanco, una bestia immonda che si crogiuola nell'infima sua mondezza...no, scherzo. Non sono stanco. Scherzi a parte, sono me stesso, e di questi tempi è già un grosso passo avanti. Amo tutto ciò che ha anche solo un vago sapore di antico (tranne il cibo scaduto), e un giorno, forse non troppo lontano, una mano amica mi incoronerà nuovo imperatore del ricostituito impero romano. Per allora avrete già imparato a chiamarmi Basileus kai Autokrator.

Odio

L'eccesso, in tutte le sue forme, nemico com'è del giusto mezzo che caratterizza la natura stessa dell'uomo. Sia l'eccesso di eccessi o l'eccesso di prudenza, l'eccesso di cura o l'eccesso di incuria...In medio stat virtus, recita un famoso adagio latino.

Amo

Amo l'uomo, ma amo ancora di più la donna.

RITRATTI

MOTTO DEL GIORNO

pensiero del giorno

-Il Ragno intesse la sua tela nel palazzo dei cesari il gufo chiama l'ora nelle torri di Afrasiab (Mehemet II, entrando a santa sofia, 29 maggio 1453, caduta di Costantinopoli)

pensiero del giorno

-(IO)Nando, what's the unknown soldier? (NENDO)the announ sogier is an omin picul picul whot camin and spar...

pensiero del giorno

Tarapia tapioco! Brematurata la supercazzola o scherziamo? No, dico, posterdati per due come se fosse antani anche per lei, o scribai con burfaldina solo in due, con doppio scappellamento a destra?ah, vedo che lo preferisce a sinistra!

pensiero del giorno

se oggi seren non è, domani seren sarà, e se non sarà sereno si rasserenerà

pensiero del giorno

- ehi pupa, hai circa 200 ossa in corpo. ne vorresti per caso uo in più?

pensiero del giorno

- ehi pupa, sono un donatore dell'aido, ti interesserebbe un organo?

pensiero del giorno

- questa sega è una pippa! (lavorando il legno)

pensiero del giorno

- attila!attila! A come atrocità! doppia TT,come terremotetraggedia, I come iradidddio! L come lgo de ssangue! A, come adesso vengo li e ti sfascio i conni!

PIANO DI CONQUISTA DEL MONDO

Beh, non crederete mica che farò lo stesso errore di ogni supercattivo idiota, rivelando ciò che non dovrebbe essere rivelato?

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leggo...

leggo quel che capita, per lo più libri con parole.

avete vivistato il dungeon in...

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